Ho trovato 21 canzoni dei Melody Fall in un dataset per l’AI

Ho scoperto che almeno 21 canzoni dei Melody Fall sono finite in un dataset costruito per addestrare l’intelligenza artificiale.
E no, non mi ha fatto sentire particolarmente bene.
Anzi, mi ha colpito parecchio.
Ne ho parlato in un video, girato camminando nelle campagne di San Benigno con il cane che scavava buche e si buttava nel fiume. Ma sentivo il bisogno di mettere nero su bianco quello che penso, con calma.
Perché questa roba non se ne andrà. È una rivoluzione tecnologica che ci accompagnerà per anni, un po’ come è stato l’arrivo di internet.
Solo che quando tocca la musica, e la proprietà intellettuale di chi la scrive, fa particolarmente male.
Cosa ho scoperto
The Atlantic, dentro AI Watchdog, la sua inchiesta sull’industria dell’AI generativa, ha messo online uno strumento per cercare dentro Sleeping-DISCO-9M: una raccolta di oltre 9,7 milioni di brani presi da YouTube, con i testi presi da Genius. L’ha messa insieme un gruppo di ricercatori che costruisce dataset per l’addestramento dei modelli.
Ho scritto «Melody Fall» nella barra di ricerca.
Risultato: 21 canzoni.
Ci sono i pezzi dei primi dischi, da Consider Us Gone e dall’album Melody Fall: My Friend’s Girlfriend, Frenkie, Tom, Special Guy!, I’m So Me. C’è Ascoltami, il brano con cui siamo andati a Sanremo. C’è Liar da paura. C’è perfino la nostra cover di Remember the Name dei Fort Minor.
Non so con quale criterio le abbiano scelte.
So solo che le hanno prese da YouTube, liberamente, senza chiedere niente a nessuno, e le hanno buttate nel calderone dell’addestramento.
Metto le mani avanti. Trovare un brano in un dataset per la ricerca sull’AI non dimostra, da solo, che una specifica azienda o un determinato modello lo abbia usato per generare canzoni. Non sto dicendo che Suno usa i pezzi dei Melody Fall, né che se chiedi un brano pop punk ti esce una nostra linea vocale. I modelli non funzionano così: mescolano tantissime cose per darti un output. Non ho sentito un pezzo e gridato al plagio.
Significa un’altra cosa: che la nostra musica è stata presa e trasformata in dati. Non si sa come, non si sa quando, non si sa da chi.
Impotenti
La prima sensazione è stata l’impotenza.
Perché nessuno di noi artisti ha il potere di fermare questa cosa. E lo sappiamo bene.
Non sono l’unico ad accorgermene: su Instagram sempre più artisti stanno iniziando a parlarne. Ci sono addirittura musicisti che si vedono arrivare un claim di copyright sulla loro stessa canzone, per colpa di un brano generato con l’AI praticamente uguale al loro.
E non possono fare niente.
Come fai a controbattere a una multinazionale? Anche facendo causa, da singolo, non hai speranze. Sei una persona normale contro un colosso.
Non è «AI sì» contro «AI no»
Chi mi conosce lo sa: sono un entusiasta della tecnologia.
L’intelligenza artificiale la uso, la provo, la testo. Suno l’ho provato, e l’output ancora non mi convince. Ma per gestire tutto il resto del lavoro l’AI è incredibilmente utile, e sono felice che sia arrivata.
Dal punto di vista artistico, però, è un casino catastrofico.
Un po’ come l’arrivo della musica digitale. Quando sono arrivati Napster, lo streaming, la possibilità di ascoltare tutto in digitale, la discografia è cambiata completamente.
In peggio, possiamo dirlo.
Questo è un altro cambio generazionale. E riguarda il modo in cui la musica verrà creata da qui in avanti.
Perché, diciamocelo, Suno lo usano in tantissimi: autori, songwriter, grandi studi di produzione. Ho visto un’intervista di Ryan Tedder, il cantante dei OneRepublic, in cui racconta che Suno compare in ogni sua sessione di scrittura, come strumento di brainstorming.
È ovunque.
Come la uso io
Per certe cose la trovo super utile.
Quando ti serve un beat, una roba di sottofondo, un arrangiamento dietro per scrivere velocemente una pre-produzione… Al posto di perdere mezz’ora a programmare la batteria e cercare suoni per qualcosa che poi butterai, perché non è la registrazione finale, lì è veloce e comodo. Ne vedo l’utilità.
Da lì a prendere la canzone e buttarla fuori così come te la crea, c’è un mondo.
Se hai letto L’arte della sbatta, sai che per me il valore sta nel processo. E il confine è tutto lì:
Un conto è usarla in produzione, negli arrangiamenti, tra addetti ai lavori, per fare brainstorming e aiutarti a scrivere.
Un altro conto è farti scrivere il brano.
Qui il discorso si fa controverso, perché c’è chi è «AI sì» senza se e senza ma, e chi è «AI no» su tutta la linea. Io non sono né l’uno né l’altro.
Se mi facilita il lavoro senza togliere la mia parte, perché no?
È un po’ come il passaggio a Pro Tools dopo anni di analogico. Livelli diversi, ma concettualmente siamo lì.
Il vero problema
E allora qual è il problema?
L’uso del diritto d’autore come pare a loro.
Senza dire niente a nessuno.
È il modo di ragionare di queste multinazionali: prima prendiamo tutto quello che riusciamo a prendere, poi se qualcuno ci fa causa vediamo. Intanto abbiamo fatto un sacco di soldi, e pagheremo quello che c’è da pagare.
L’hanno fatto Anthropic con Claude e OpenAI con ChatGPT: hanno preso tutto lo scibile umano e l’hanno buttato dentro i loro modelli. Adesso ne pagano le conseguenze, ma sono multimiliardari, quindi non gliene frega più niente.
Con Suno sta succedendo la stessa cosa.
Il punto non sono i soldi
Voglio essere chiaro: non è una questione di soldi.
La carriera dei Melody Fall è lì, scritta. Non sono qui a dire «oddio, mi devono dei soldi».
Il punto è che quelle canzoni hanno un significato personale.
Sono pezzi di vita. Ricordi. Anni di furgoni, palchi ed esperienze.
Vederle prese così, diciamo pure rubate, mi colpisce perché non ho potuto mettere parola. Non ho potuto dire sì o no. Non sono stato nemmeno interpellato.
Le hanno prese, le hanno usate. E magari domani qualcuno scriverà «fammi un pezzo pop punk» e uscirà una linea vocale tipo I’m So Me.
Che, guarda caso, è proprio uno dei 21 brani della lista.
Come possiamo difenderci?
Alla fine il problema sta tutto in poche parole: consenso, trasparenza, licenza.
Il diritto di dire sì. O di dire no.
E visto che l’AI farà questa roba sempre meglio nei prossimi anni, mi sono chiesto cosa può fare, da adesso in avanti, chi scrive e produce musica.
Salva tutto.
Quando registri un brano, quando fai una pre-produzione, conserva ogni cosa: la sessione, tutte le tracce, i provini. Sono la prova che quel pezzo l’hai fatto davvero tu.
Se un giorno qualcuno ti scrive «guarda che è uscito un pezzo uguale al tuo», devi poter dimostrare che il brano è tuo: hai le tracce, hai la pre-produzione, è tutto salvato. Vale per gli artisti e vale per i produttori. Ho visto artisti che si sono visti reclamare le proprie canzoni e non sapevano nemmeno da dove partire per difendersi.
E smettiamola con la caccia alle streghe.
Oggi c’è ancora questa idea: se usi l’AI per un arrangiamento che nel mix sta lontano e che nessuno sente, allora tutto il brano è fatto con l’AI. Quindi è merda.
Non sono d’accordo.
Pensaci. Scrivi una canzone, vai da un produttore. Lui prende un MIDI da una libreria di beat, ci mette sopra dei suoni e ti ha fatto l’arrangiamento. Tu non hai fatto un cazzo, l’ha fatto lui.
Chiedere a Suno di farti un beat dietro è esattamente la stessa cosa. Non ti ha scritto la linea vocale. Non ti ha scritto il testo.
Qualcosa si muove
La buona notizia è che qualcosa si sta muovendo.
Il 31 luglio 2026 il Tribunale di Monaco di Baviera ha dato in gran parte ragione alla GEMA, la SIAE tedesca, nella causa contro Suno: stop all’utilizzo, obbligo di fornire informazioni e risarcimento dei danni.
La causa riguardava sei brani molto famosi. Secondo i giudici quei brani erano “memorizzati” dentro i modelli di Suno, al punto da riemergere negli output con prompt semplicissimi: il testo della canzone e lo stile, niente di più. E secondo la ricostruzione del tribunale, la musica era stata estratta da YouTube con tecniche di stream-ripping, aggirando le protezioni della piattaforma.
La sentenza non è ancora definitiva. E come si possa risarcire davvero, dopo aver fatto incetta di tutte le canzoni immaginabili su YouTube, non lo so.
Ma è un segnale. E negli Stati Uniti c’è anche una causa collettiva di artisti indipendenti.
E adesso?
Secondo me bisogna iniziare a interessarsi a questo tema. Non possiamo far finta che non esista.
Dobbiamo capire come conviverci. Trovare strategie per difenderci. Imparare a usare l’AI in modo sensato, non distruttivo. E prepararci al giorno in cui qualcuno arriverà con una canzone molto simile alla nostra, perché può succedere da un momento all’altro.
Io sono convinto che l’intelligenza artificiale debba essere al servizio dell’artista.
Non sostituirlo.
Lo so, è una frase del cazzo. Ma è così.
Me la immagino così: apro Pro Tools, c’è un box dove scrivo «mi serve un arrangiamento d’archi in do maggiore che segua gli accordi», e lui me lo genera. Se non mi piace lo cambio. Magari me lo suono io.
Uno strumento. Non un sostituto.
Tocca a te
Vai sul sito di The Atlantic e cerca il nome della tua band, o il tuo. È un’esperienza, te lo assicuro.
Se sei un artista, un produttore o un autore, voglio sapere cosa ne pensi. Come usi l’AI nel tuo lavoro? Ti sono già capitati dataset, somiglianze sospette, claim? E come possiamo affrontare quest’ondata, oltre a indossare il salvagente?
Ci siamo dentro fino al collo.
E facendo rete, se non a difenderci meglio, almeno riusciamo a trovare un modo per conviverci.
Scrivimelo nei commenti del video o su Instagram.
Pan.
Fonti e approfondimenti
- The Atlantic, AI Watchdog: Sleeping-DISCO-9M, il motore di ricerca dove puoi cercare il tuo nome
- The Atlantic, AI Watchdog, l’inchiesta completa sull’AI generativa
- Tribunale di Monaco I, GEMA contro Suno, il comunicato sulla sentenza del 31 luglio 2026 (in tedesco)
Questo articolo nasce da un mio video su YouTube. Guarda il video su YouTube

